sabato 4 aprile 2009

Incontro del 15 marzo 2009: settore giovani

Per gli assenti all'incontro, Emanuela De Vincentis, la nostra giovane opresidente dell'associazione di Cerreto Sannita, ha preparato questi appunti:

L’incontro della scuola associativa del 13 marzo 2009 per i responsabili del gruppo giovani è stato strutturato in tre fasi, ognuna delle quali accompagnata da un brano su cui riflettere e parlare insieme.
L’incontro è stato curato da don Alfonso Salomone e ad esso hanno partecipato responsabili giovani di diverse comunità parrocchiali.

La prima fase ha avuto come spunto di riflessione la canzone di Jovanotti “Fango”; canzone che “mostra che la vita dell’uomo è piena di segni, gesti, parole e avvenimenti che la rendono grande e meravigliosa, ma nello stesso tempo il cuore dell’uomo può anche morire…”. Canzone che racconta la vita, il caos quotidiano che rischia di non farci sentire più niente e di farci allontanare dall’essenza del vivere che si nasconde nelle piccole cose come l’odore dei fiori, il sapore della pizza…in realtà non è che non c’è niente da sentire ma sono io che non riesco a sentire quello che ho intorno… Canzone che richiama continuamente l’importanza delle relazioni, del contatto con l’altro; quel contatto che ci fa sentire che non siamo mai soli. Canzone che esprime equilibrio tra fango e cielo, pianto e sorriso…divinità ed umanità sono in relazione tra loro e ci tirano continuamente dalla loro parte facendoci stare in equilibrio.

Il secondo passaggio è scaturito dalla lettura del brano del vangelo di Giovanni: “Gesù e la samaritana” (Gv. 4, 1-30). Di qui l’analisi di un Gesù che non ascolta quello che gli altri dicono di noi ma che sa da sé quello che il cuore di ognuno racchiude e si accosta a tutti indistintamente. Un Gesù che aspetta il nostro arrivo e ci chiede di essere suoi strumenti. Ce lo chiede, si, perché ci lascia tutta la libertà di decidere se essere suoi testimoni o no. Un Gesù paziente, che non vuole farci sapere subito chi è ma ci chiede solo di fidarci ed affidarci a Lui per dare senso alla nostra vita. Un Gesù che si è fatto uomo e che ci chiede di vivere il cristianesimo nell’umanità perché è lì che Lui si rivela ed è lì che noi dobbiamo riconoscerlo. Un Gesù che vive continuamente al nostro fianco e ci guida nelle decisioni di ogni giorno. E, dalla consapevolezza di questo Gesù che ci ama così come siamo, è nata l’analisi del nostro incontro con Lui, di quando è avvenuto, di quando avviene, delle sensazioni che ha provocato e provoca a noi, di come ci ha cambiato, di come ci cambia… Un incontro che per ognuno dei presenti è avvenuto in un tempo diverso della propria vita ma che si ripete ogni giorno, ogni istante, nella preghiera ed in ogni ambito del nostro vivere quotidiano.

Da qui, poi, la conclusione dell’incontro formativo con la continuazione del brano biblico sopra citato (Gv. 4,31-42) dal quale è emerso il “compito” dell’educatore di AC: essere testimone di Gesù e cercare di stimolare in tutte le persone che ci sono accanto la curiosità di incontrarlo e lasciarsi guidare da Lui; il decidere di essere suoi strumenti, l’accoglierlo in se stessi, il mietere per raccogliere frutto…

Incontro del 15 marzo 2009. intevento Don Franco

Trovate qui il video dell'intervento tenuto da Don Franco Piazza, nostro assitente unitario, alla scuala di formazione del 15 marzo 2009. di seguito lo schema dell'intervento.

RITIROACMARZO2009
“Per qual motivo mai, ci si chiede, Dio si è umiliato a tal segno, che la fede rimane sconcertata di fronte al fatto che egli venga poi a mischiarsi con la natura umana.
Tu vuoi sapere il motivo per il quale Dio è nato fra gli uomini? Noi riconosciamo la sua opera, infatti, proprio per il tramite di quei benefici di cui veniamo gratificati: è osservando ciò che accade, appunto, che noi individuiamo la natura di chi compie l`opera. L`uomo, che era caduto, aveva bisogno di chi lo rimettesse in piedi. Chi aveva perduto la vita, aveva bisogno di chi la vita gli restituisse. Occorreva, a chi aveva smesso di compiere il bene, qualcuno che sulla via del bene lo riconducesse”
Gregorio di Nissa, Grande Catechesi, 14-15

“Il Verbo di Dio si è manifestato nella carne una volta per sempre. Ma, in chi lo desidera, egli vuole continuamente rinascere secondo lo spirito, perché ama gli uomini. Così[…] si forma in loro con il progredire delle virtù. Il Verbo si manifesta nella misura in cui sa di poter essere ricevuto da chi lo accoglie: … misura l`intensità del suo dono secondo il desiderio di chi brama vederlo”.
Massimo il Confessore, Capitoli teologici, 1,8-13“

“Carissimi, è dunque con una misericordia evidente che le immense ricchezze della bontà divina sono state profuse in noi. Ognuno … Ricorderà di qual corpo è membro e a quale capo è unito. Eviterà con ogni cura di essere una pietra non squadrata, che non si incorpora all`edificio sacro”.
Leone Magno, Sermone 3,4-5

Ti è data così l’opportunità di manifestare la radice intima del tuo cuore e, attraverso i tuoi gesti, di far vivere l’amore. La prudenza accompagni il tuo cammino, poiché non è facile interessarsi del prossimo: non è sufficiente la buona volontà, ma in questo sia impegnata tutta la qualità della persona (intelligenza, volontà, cuore). Ricorda che il tuo cuore cresce nella carità solo se lascia spazio alla presenza di Dio; se lascia agire la sua misericordia e la sua bontà come dono da partecipare e da offrire, in modo pieno e incondizionato.
Questi i segni “sacramentali e ascetici” per far vivere l’amore:

A. Prudenza: considera attentamente ciò che qualifica l’agire
B. Giustizia: rendi a ciascuno ciò che gli è dovuto
C. Fortezza: fiducia e magnanimità o pazienza e costanza
D. Temperanza: virtù che modera la cupidigia, il desiderio di possesso
E. Pazienza: forza che sostiene il dolore, la prova








sabato 7 marzo 2009

Incontro scuola formazione del 08.02.2009

Qui di seguito trovate il video del momento unitario guidato da don Pino Di Santo, assistente adulti, svoltosi nel secondo incontro della scuola di formazione del 08 febbraio 2009


sabato 14 febbraio 2009

CONVEGNO 12 DICEMBRE: "L'impegno culturale dei cattolici tra testimonianza e dialogo"


Pubblichiamo qui il materiale dei relatori (Raffaele Cananzi e Cataldo Zuccaro) invitati al Convegno organizzato dal MEIC e dall'Azione Cattolica diocesana dal titolo "L'impegno culturale dei cattolici tra testimonianza e dialogo".

L’IMPEGNO CULTURALE DEI CATTOLICI FRA TESTIMONIANZA E DIALOGO

Relazione di Raffaele Cananzi

Cerreto Sannita (A.C. e MEIC)- 12 dicembre 2008

La riflessione sul rapporto fra fede e cultura richiama con immediatezza ad un passo della Evangelii Nuntiandi di Paolo VI in cui si esprime il concetto che il Vangelo non si confonde con nessuna cultura ma tutte le umane espressioni culturali è capace di illuminare e fermentare.Quando il Papa - che per il suo pensiero può bene essere definito “altissimo e profondo”- afferma questa sua convinzione ha presente certamente due momenti topici della vita della Chiesa. La Chiesa nascente nell’opera dell’apostolo Paolo ( non è per caso che Giovanni Battista Montini assume il nome di Paolo VI ) e la Chiesa del XX secolo nella visione aggiornata che ne offre il Concilio Vaticano II. Orientiamo, perciò, la nostra riflessione sulla visione paolina del rapporto fede-cultura e, poi, accenniamo pure alla visione conciliare prima di passare, a volo di uccello, sui fenomeni culturali contemporanei per approdare al che fare da parte di noi cristiani del terzo millennio.

  1. L’inculturazione della fede nella visione e nell’opera dell’Apostolo Paolo

Nell’anno dedicato a ricordarci il secondo millennio della nascita dell’Apostolo delle genti, prendiamo le mosse da Paolo di cui il vescovo Piero Rossano ( Paolo ieri e oggi- Ed. S. Paolo)così scrive : “ Per incontrare Paolo bisogna aprirsi all’universalità. Egli appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana, e tuttavia emerge da ciascuna di esse con il vigore della sua individualità, e trova un punto di riferimento soltanto nella persona di Cristo al quale si rapporta con tutto il suo essere. Perché Gesù Cristo è la sua vita, la sua speranza, il suo sostegno, il suo esemplare, il suo signore e la sua meta…….(cfr. Gal.2,20). Questa comunicazione viva e personale con Cristo gli ha dato la possibilità di uscire dalle culture alle quali apparteneva senza rinnegarle, e lo ha guidato a presentare l’essere cristiano come un rapporto interpersonale di fede, di amore e di speranza con Lui, signore e salvatore degli uomini”. Queste appartenenze culturali consentono a Paolo di trapiantare il cristianesimo nel mondo greco e romano, le cui culture non rinnega ma fermenta e plasma nella luce della sua vigorosa e ardente fede nel Cristo Signore.

Saulo “ebreo, figlio di ebrei” nasce a Tarso in Cilicia fra gli ebrei della diaspora, quelli dispersi e migranti ( come i nostri meridionali e veneti del XX secolo) che hanno contribuito, però, a diffondere il monoteismo. Un seme gettato fino ai confini della terra che ulteriormente germoglierà con il cristianesimo. Tarso è città cosmopolita abitata da greci, babilonesi, giudei e romani, ricca di tale cultura filosofica da superare Atene e Alessandria (Strabone).Sotto l’impero di Roma mantiene la qualità di “civitas libera”, onde i suoi sono cittadini romani anche se ciascuno mantiene le proprie tradizioni culturali e i propri culti religiosi. Così con la sinagoga ebraica non manca il culto egizio a Serapide, quello greco a Cibele e Adone e vengono pure praticati “i misteri eleusini”. Paolo vive a pieno nella fanciullezza e nell’adolescenza la sua città, imparando e parlando l’ebraico nella vita familiare e nella frequentazione della sinagoga. Ma impara e parla il greco e si apre alla cultura ellenistica in quel tempo particolarmente espressa dalla filosofia epicurea e stoica . Da civis romanus non tralascia di tenere rapporti con i dominatori, avendo così fin da ragazzo chiara la percezione che il mondo non era solo quello giudaico e che, dunque, come dirà poi in Rm.3,29, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe forse “ è ……dei soli Giudei? Non è Dio anche delle genti?”.

La sua coscienza religiosa si edifica aperta al mondo. Egli legge la Bibbia in greco nella versione dei settanta e si confronta con i compagni giudei e greci. Usa il greco in maniera creativa, con disinvoltura; forma anche nuove parole e recepisce non solo la sostanza della filosofia greca ma anche quei particolari modi di argomentare che vanno sotto il nome di “retorica” e di “diatribè” come forma convincente di dimostrazione di un assunto.

Saulo, come tutti i figli della diaspora, verso i 15 anni va a Gerusalemme per studiare. Vive l’esperienza della Città santa, ricca di culto,feste,canti e suoni ma anche di non poche pratiche esclusivamente esteriori (“sepolcri imbiancati”). Anche qui dominano i Romani, e non mancano forme di sincretismo ellenistico. I Giudei si distinguono dai Gentili e non tollerano i Samaritani. Questioni religiose e politiche si intrecciano anche se il clima è quello di una grande istanza di liberazione, una forte attesa del Messia che i profeti avevano da tempi lontani più volte annunciato. Saulo è un giovane forte nel fisico e nel morale; una intelligenza fervida e vivace capace di captare la complessità della vita religiosa e civile. Egli studia per 5-6 anni col rabbì Gamaliele, nipote di quel rabbino Hillel che mostrava una singolare larghezza di vedute e una mentalità liberale. Lo spirito di Saulo ebreo si nutre a queste fonti e in questo clima fervido di Gerusalemme dove probabilmente si ferma fino ai 20 anni circa. Dove sia stato Saulo nei 15 anni successivi non siamo in grado di provare; dal suo vissuto precedente e successivo possiamo arguire che egli: prosegue la sua formazione sempre in un mondo pluriculturale (Tarso?); tiene i contatti con Gerusalemme e con uomini del Sinedrio; affina lo studio della Bibbia e caratterizza il suo come uno spirito eminentemente religioso; non si sposa e non vi sono elementi per dire che si sia dato ad una vita libertina; certamente ritiene, con il mondo ufficiale giudaico, che il proselitismo della “nuova setta dei cristiani” vada combattuto e represso; s’impadronisce di ulteriore elementi della cultura romana che gli consentiranno di confrontarsi più avanti con proconsoli e procuratori romani a Cipro, a Corinto, a Cesarea.

Saulo ritorna a Gerusalemme nel 36 circa, cioè qualche anno dopo la morte e resurrezione di Gesù,e partecipa all’uccisione di Stefano,protomartire cristiano, e comincia quell’azione di distruzione dei cristiani che, con autorizzazione del Sinedrio, lo porterà sulla via di Damasco.

Su questa via il “focoso fariseo” viene fermato e abbagliato dalla “vocazione-conversione” provocata dall’apparizione di quel Gesù di Nazareth che egli perseguita. Potremmo dire che questo evento straordinario muta Saulo di Tarso in Paolo di Damasco.Si tratta di un mutamento radicale perché nel tempo che segue la conversione, fino al momento in cui va ad incontrare Pietro a Gerusalemme, Paolo rapporta tutto il suo essere a Cristo, diventa un cristiano ardente e fedele, rivisita nella luce del Cristo morto e risorto l’Antico Testamento che egli già ben conosceva. Costruisce su questo primo antico piano il secondo piano del suo forte edificio spirituale , un piano che è ponte fra terra e cielo, quasi scala verso l’eternità per l’intera umanità, che a questa scala giunge da vie diverse e da culture diverse che, non rinnegate dalla forte luce di novità del Cristo, vengono purificate,fermentate e sublimate e, dunque, rese capaci di aprirsi alla trascendenza e di assumere forza spirituale.

Questo fedele e ardente cristiano che è diventato Paolo non rinnega le sue fonti culturali né le culture in sé; non le vanifica ma esalta quanto di buono,giusto,vero e nobile è presente nelle tre culture ( giudea, greca e romana) del suo tempo. Non ha alcuna remora ad annunziare a tutti il Vangelo,utilizzando una varietà di strumenti culturali che la sua solida formazione gli ha consentito di acquisire; mantiene un dialogo aperto senza intaccare la sostanza e l’autenticità dell’annuncio del Dio unico manifestatosi nella divina e umana persona di Gesù di Nazareth, il Cristo crocefisso e risorto. Egli sa bene che nel suo mondo giudaico il rispetto esteriore di elementi cultuali e legislativi aveva sostituito in molti l’amore interiore a Jahvè. Egli è consapevole che nel mondo greco lo stoicismo – con i caratteri della imperturbabilità, scetticismo,dissolvimento e suicidio- e l’epicureismo – con i caratteri del caso, dell’evasione e del piacere, di un materialismo che involge gli stessi dei – avevano nel suo tempo reso evanescente l’antico pensiero,anche metafisico, di Platone e di Aristotile. Egli percepisce che per i Romani speranze individuali e collettive sono fatte rifluire nella forza e nella grandezza dell’Impero, capace di far convivere al suo interno una varietà-diversità culturale in virtù di un intelligente ordine giuridico idoneo ad esprimere e mantenere saldo l’elemento unitario.

In questo quadro della vicenda formativa di Saulo e della visione cristiana di Paolo convertito, quadro complesso e sopra appena accennato, va riguardato e riflettuto il discorso che l’apostolo, fattosi “greco con i greci”, pronuncia all’Aeropago di Atene, nel secondo viaggio missionario. Paolo utilizza la “diatribè” che non è la nostra diatriba. Muove da un dialogo investigativo di socratica memoria, esprime alcuni elementi conoscitivi, pone una parte espositiva e affermativa della propria tesi. Il tentativo di Paolo è di partire da ciò che vede ( le molte statue agli dei, la statua “al dio ignoto”) , di discernere alla luce dell’intelligenza, di agire-affermare secondo ragione e fede l’annunzio del Risorto che salva trasformando l’ignoto nel conoscibile e nel conosciuto. Paolo “ignaro di parola ma non di conoscenza (2Cor.,11,6)” non tralascia l’umano ma lo legge e lo supera nella forte visione di fede di cui è portatore e fedele interprete. All’Aeropago il richiamo alla resurrezione del Cristo solleva il riso degli epicurei e il distacco compassionevole degli stoici. Paolo fallisce umanamente ma vince nella luce delle Beatitudini “con la stoltezza di Gesù crocefisso”.

  1. Rapporto Chiesa-mondo, fede-cultura, nel Concilio Vaticano II

Il secondo momento topico che Paolo VI ha presente quando distingue il Vangelo dalle culture è certamente il Concilio Vaticano II. Ha presente che la Chiesa non è né contro né di fronte al mondo contemporaneo ma è “nel mondo contemporaneo” come inequivocabilmente insegna la costituzione “ Gaudium et spes”. Questa consapevolezza-autocoscienza della Chiesa arriva dopo un cammino lungo,faticoso,laborioso,costellato di cose belle( la difesa dei poveri, gli ospedali per gli ammalati, i brefotrofi per i bambini abbandonati, le accoglienze dei pellegrini, le produzioni agricole per procurare il cibo, i centri di cultura come biblioteche, università, scuole e stamperie) ma anche di colpevoli azioni od omissioni (le Crociate, il Tribunale dell’Inquisizione, Galileo, Rosmini, ecc) per le quali Giovanni Paolo II, il grande Papa,all’alba del terzo millennio cristiano, ha chiesto perdono al Dio della misericordia. Si può dire,però, che dal Concilio e dai recenti documenti del Pontefice e dell’Episcopato italiano si evincono due indicazioni essenziali per l’approccio del cristiano e della Chiesa alle sfide che il mondo contemporaneo pone oggi all’evangelizzazione: a) uno spirito e uno sguardo aperto sulle umane vicende non per “essere del mondo” ma neppure per essere in principio e pregiudizialmente contro il mondo: essere nel mondo con la luce del Vangelo per gli uomini e le donne di questo tempo; b) un metodo per l’incontro-confronto che potremmo dire “pastorale”:annunciare la verità nella carità; consapevolezza,dunque, di non possedere la verità ma di essere posseduti dalla verità; proporre e non imporre la propria visione delle cose e le proprie convinzioni sempre “con dolcezza e con rispetto”.

La costituzione conciliare Gaudium et spes offre ai fedeli la chiara indicazione “di vivere in strettissima unione con gli uomini del loro tempo e di sforzarsi di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di sentire, di cui la cultura è espressione”(n.62).I vescovi italiani in “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia(n.34)” danno una bellissima indicazione che, con sintesi ma con estrema chiarezza, raccoglie il “vedere”, “giudicare” e “agire” della Mater et Magistra di Giovanni XXIII : “ Occorre metterci in ascolto della cultura del nostro mondo per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini invisibili della Chiesa…..ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prendere sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e che cosa suscita in loro paura, diffidenza. Questo è importante per poterci fare servi della loro gioia e della loro speranza”. Per farci veramente servi dobbiamo porre mente e cuore ed utilizzare un dialogo coraggioso,aperto e franco quale Paolo VI, con alta e lungimirante visione, insegna con la sua prima enciclica “Ecclesiam suam”. L’alta intelligenza pastorale ed il sensibilissimo cuore di Paolo VI hanno realmente aperto nel XX secolo il dialogo con il mondo. Giovanni Paolo II è stato il continuatore operoso di un cammino di nuova evangelizzazione delle culture aprendo nuove luci nel rapporto con le culture contemporanee.Oggi siamo chiamati ad essere e fare Chiesa che “ entra in comunione con le diverse forme di cultura: tale comunione arricchisce tanto la Chiesa stessa quanto le varie culture” (G.S., 62).

3.Cenni sulle forme culturali in Italia

Il nostro Paese accoglie ed esprime una società plurietnica e pluriculturale, in qualche modo assai vicina a quella che nel suo tempo Paolo incontrava in Asia minore, nella Grecia e in Italia. Da noi oggi mi pare che si possa dire, assai brevemente, che non esiste omogeneità culturale. Rispetto al fatto religioso si può parlare di una cultura religiosamente ispirata, di una cultura secolarizzata e di una cultura propriamente secolarista. L’ispirazione religiosa non è oggi soltanto quella cristiana; anche se è preponderante non va taciuto che comincia ad assumere proporzioni di una qualche consistenza una cultura islamista, mano a mano che gli immigrati di questa religione aumentano. E’ evidente che ai fini del rapporto fede-cultura la diversa ispirazione religiosa pone divari di notevole portata per la diversa storica concezione del rapporto fede-storia e religione-vita civile e sociale. In questa sede, anche per la modesta consistenza attuale del fenomeno in Italia, è sufficiente ricordare che Maometto , a differenza di Gesù, non ha distinto il “ date a Cesare quel che è di Cesare e rendete a Dio quel che è di Dio”. Il nostro tempo pluriculturale mostra chiaramente una crisi delle “evidenze etiche” e,fra l’altro, esprime un progresso scientifico e tecnologico di vastissime proporzioni e di tale incidenza da cambiare non solo le umane abitudini quotidiane ma le stesse forme della conoscenza,dell’inculturazione e del lavoro. In questo contesto post-moderno alcuni (e non sono certamente la maggioranza) cercano di proporre una concezione di vita e un concreto vissuto fondati su valori estratti dal tesoro evangelico, tenendo conto della tradizione e della dottrina della Chiesa nonché della testimonianza dei santi nella storia bimillenaria di incarnazione del Vangelo.Sono valori che incidono sia a livello individuale che a livello interpersonale e sociale. Alcuni sono tipicamente cristiani: il perdono, il martirio contro l’idolatria o per autentica testimonianza della propria fede nel Dio di Gesù Cristo o per donazione della vita a favore dei fratelli ( p. Kolbe, Salvo D’Acquisto). Altri sono valori naturali che appartengono cioè alla stessa natura di ogni essere umano dotato di ragione,la quale impone per la pace individuale sociale ed universale il rispetto e la tutela di ogni vita umana, la ricerca della solidarietà, l’esercizio della giustizia, la vera libertà che non può mai essere disgiunta dalla responsabilità di rispettare e tutelare quella altrui, l’uguaglianza di tutti gli uomini che nasce dall’eguale dignità di ciascuno, sussidiarietà, istruzione,salute , lavoro,ecc. Questi sono valori – oggi diritti umani- che impongono leggi e comportamenti positivi ma, nello stesso tempo, impongono di lottare contro i comportamenti contrari quali le guerre, le violenze, le violazioni multiformi della dignità umana (genocidi, torture, terrorismo), l’uso illecito e fortemente utilitaristico dei beni della terra che, invece, hanno una destinazione universale, l’inquinamento dell’aria dell’acqua e dell’atmosfera per preservare l’ambiente anche per le future generazioni, ecc. Ora questi valori naturali costituiscono anche il patrimonio oggettivo di una cultura laica presente nel nostro Paese, di una cultura cioè che intende costruire il vissuto civile e sociale a prescindere dal fatto religioso, anche se riconosce che il cristianesimo costituisce il tessuto valoriale e morale posto a fondamento della civiltà europea. Sulla base di questo riconoscimento Benedetto Croce ammetteva che “non possiamo non dirci cristiani” e oggi Marcello Pera, da “ateo devoto” e in modo del tutto strumentale, discetta sul “perché dobbiamo dirci cristiani”. Cultura cristianamente ispirata e cultura laica hanno un comune patrimonio di conoscenze e di valori etici oggettivamente assunti e coniugati che consente un dialogo certamente costruttivo e,dunque,idoneo a fornire una comune e condivisa base culturale agli italiani. Oltre all’inconveniente grave di ridurre in via strumentale la fede cristiana da realtà soprannaturale a “religione civile”, inconveniente che non può essere accettato dai credenti, nella concreta coniugazione dei valori v’è certamente qualche essenziale diversità fra cattolici e laici. Anzitutto nella interpretazione di qualche valore-chiave come quello della vita ,che per non tutti i laici ha inizio dal concepimento, o come quello della libertà che per i credenti va vissuta in un quadro veritativo che non è quello normalmente accolto dai laici. Ma oltre a queste diversità, che non sono di poco conto, occorre considerare che i cattolici vivono i valori naturali in qualche modo “potenziati” dalla visione di fede che, per esempio, illumina con la carità cristiana la umana virtù della solidarietà e con il senso del servizio e del bene comune qualunque attività pubblica e qualunque iniziativa privata. Sulla base, però, dei comuni ideali di vita, libertà,giustizia,solidarietà,bene comune e interesse generale e dei relativi valori, sia pure diversamente interpretati , è possibile armonizzare una condivisa tavola di valori che aiuti a configurare un senso e uno spirito di appartenenza alla stessa nazione e una identità fondamentale per una civile convivenza. Ciò si rende possibile attraverso l’esercizio di un dialogo fondato sulla ragionevole ragione,anche con riguardo allo sviluppo della ricerca scientifica e della tecnologia nonché alle contemporanee novità delle forme conoscitive e delle possibilità educative.Il patrimonio spirituale e culturale (storia,tradizione,filosofia,diritto,letteratura,arte,scienza,tecnica, ambiente,ecc) della nazione va coniugato con le incessanti novità del momento, tenendo anche conto dei nuovi stili di vita. Con l’esercizio di un dialogo,aperto coraggioso e franco,fondato su una “ragionevole ragione”, che è elemento comune a cattolici e laici, senza arroccamenti da nessuna parte, è possibile stabilire sulla base di una tavola veritativa valoriale ciò che è veramente bene e ciò che è veramente male per uomini e donne del nostro tempo e, su questa base, oggettivamente fondata, legiferare,amministrare,vivere come comunità e ricercare più alti traguardi di umanizzazione da tutti condivisi. Il presupposto di questa operazione culturale, possibile se voluta anche se certamente laboriosa e impegnativa, è il comune riferimento alla possibilità di costruire insieme percorsi di verità razionalmente fondati, anche se le radici e le ispirazioni delle linee di confronto sono diverse. Si tratta di costruire un “pensiero forte” condiviso perché razionalmente fondato su verità oggettive, ricercate con la ragione non senza la consapevolezza che la storia e la vicenda umana può sempre meglio chiarirne la “ sostanza” e svelarne gli “accidenti”, dei quali occorre pure tenere conto nell’umana variegata attività in cui quella realtà incide, senza che questo,però, intacchi la sostanziale verità del valore o del principio di cui si ricerca continuamente la giusta applicazione ai casi quotidiani e concreti. Huizinga da tempo ci ha avvertiti che “la cultura deve avere un indirizzo metafisico, altrimenti non esiste”.

E’evidente che questi elementi di forza e di oggettività razionale del pensiero diventano ostici e non tollerabili da quanti assumono in principio che “ il pensiero è debole”. Questa corrente filosofico-empirica – i cosiddetti “flebilisti”- esclude che possano esserci valori oggettivi e non intravedono la possibilità di comuni ideali e fini. Il soggettivismo, il relativismo e, dunque, in fondo anche il nichilismo reggono le opinioni morali di ciascuno. Idea e realtà di male e di bene rientra nella sfera conoscitiva e morale di ciascun soggetto il quale, sostanzialmente, pone a fondamento del suo vissuto esclusivamente la libertà di scegliersi il suo valore e,dunque, il suo criterio di giudizio circa la bontà o la nefandezza di un’azione. Questa concezione in qualche modo sostiene e riflette il forte individualismo contemporaneo, quel “particulare” di guicciardiniana memoria che accompagna la vicenda italiana da secoli e che ostacola la edificazione di una coscienza comunitaria capace di condannare le antiche piaghe di questo nostro Paese come la corruzione, l’evasione delle tasse, il non rispetto o l’indifferenza verso ciò che è pubblico, la criminalità organizzata,ecc. Questa concezione etico-sociale si regge su una sorta di “fondamentalismo alla rovescia”, sul principio cioè che la ragione umana non è capace di processi di oggettivazione e che, dunque, l’umanità resta sostanzialmente in un mare sempre agitato da incontenibili umane passioni individuali e incapace a costruirsi la sua nave idonea a solcare i marosi e a dirigersi verso una meta ragionevolmente scelta e condivisa.

E’ perché non si cada in qualche equivoco sottolineato dai flebilisti, occorre dire che la nave non può mai essere quella del nazismo o del comunismo perché queste strutture socio-politiche non sono nate in virtù di un pensiero forte ma di un “pensiero fanatico”. Alla loro base c’è il fondamentalismo dello Stato etico che è l’opposto del fondamentalismo dell’individuo-etico come parametro unico di riferimento. Siamo fuori dal fondamentalismo quando insieme,con la comune ragione, ricerchiamo una tavola di valori condivisa che sia luce e base ad un’etica pubblica comunitaria espressione di culture aperte e dialoganti.

Recupereremo nel nostro Paese uno spirito comune e una base etica condivisa se procureremo di procedere escludendo ogni fondamentalismo. Sappiamo – come fra poco vedremo con un minimo di approfondimento- che non possiamo appellarci in quanto cattolici al fondamentalismo religioso ma abbiamo il diritto di pretendere che altri non si appelli al fondamentalismo laicista che non solo prescinde ma esclude la rilevanza pubblica della fede ed esclude pure la possibilità di oggettive costruzioni razionali da cui scaturiscono oggettivi giudizi di bene e di male.

4.Cristiani per un nuovo umanesimo

Da cristiani siamo oggi in un contesto culturale complesso e, nella luce della nostra vocazione di Christifideles laici, non solo non ci possiamo chiudere nel nostro orto individuale e familiare ma, non fermandoci all’ombra del campanile, siamo chiamati a contribuire alla realizzazione di un mondo più fraterno ed umano. E ciò attraverso valori e vissuti evangelici capaci di fermentare culture idonee ad un umanesimo rispondente alla ricchezza e alla complessità di questo tempo. Siamo chiamati, secondo l’insegnamento dell’Apostolo, “ a rendere ragione della speranza che è in noi”.

Si tratta,dunque, di annunciare, vivere, esprimere il Vangelo con una testimonianza in cui “l’azione sia sovrabbondanza di contemplazione”(Maritain). Se non fissiamo lo sguardo su Gesù, gli altri fissandolo su noi non riusciranno a vedere il Cristo che vogliamo annunciare. Il nostro deve, anzitutto, essere un cammino personale e comunitario di perfezione, di discepolato, di imitazione del Signore Gesù in modo che la nostra testimonianza sia resa dallo Spirito più perfetta sì da dire con Paolo “ non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”.

Questa testimonianza – annuncio, gesto, ragione- è nel rapporto interpersonale e sociale. Va resa con “rispetto”. Senza nessuna volontà di sopraffazione ma con una grande capacità di ascolto delle ragioni dell’altro. Va resa con “dolcezza”, dunque con spirito di fratellanza ed amicizia attraverso un dialogo che non deve assumere le forme di un “malinteso dialogo”. Non si tratta di arrendersi sempre alle altrui posizioni. Questo può anche accadere in considerazione che le questioni per noi credenti vanno da quelle non negoziabili in principio fino alle più opinabili sulle quali gli altri possono ben dimostrare assai più ragioni delle nostre. Il presupposto per non cadere in un malinteso dialogo è quello di avere una sufficiente conoscenza del problema che si vuole affrontare. In questa sufficienza a noi non può mancare il richiamo alla Scrittura, alla dottrina e alla prassi ecclesiali: Questo affinché il nostro ragionare sia cristianamente ispirato e ciò che trasmettiamo in un dialogo franco e coraggioso sia il frutto di una chiara conoscenza e di una aperta intelligenza anche dei segni dei tempi, come simboli di un presente che volge verso un futuro cui pure vogliamo profeticamente guardare.Siamo chiamati, sotto questa ispirazione,ad operare sempre una puntuale mediazione culturale esponendo con argomenti razionali il convincimento che ciò che la fede ispira e/o ciò che la ragione detta può essere assunto come comune patrimonio culturale per costruire quella condivisa tavola di principi e valori capaci di sostanziare un’etica pubblica che abbia riguardo ai progressi scientifici e tecnologici di questo tempo ma che ponga al centro sempre l’uomo,la sua dignità e la sua vera libertà. La nostra credibilità è certamente ancorata alla capacità di esprimere profonda coerenza fra ciò che affermiamo e ciò che viviamo. Ove occorra e ove sia opportuno non dobbiamo avere remore a dichiarare che la luce che ispira il nostro ragionare ed argomentare viene dal Vangelo. Con questa complessa strumentazione ma con chiarezza di idee e semplicità di modi, con rispetto dolcezza e verità, noi fedeli laici abbiamo l’alta missione nel quotidiano di inculturare la fede nel tessuto esistenziale in modo da contribuire a far progredire uomini e donne, con le loro culture, verso giustizia e fratellanza nella tensione costante di costruire,per quanto possibile, una città dell’uomo che sia “anticipazione e riflesso” della città di Dio.

Contribuire a questa costruzione culturale è aprire la strada forse più diretta e consona per “trattare le cose temporali secondo il disegno di Dio” (Lumen gentium,31). Solo da una sana visione culturale emerge il tema della “laicità” così ampiamente dibattuto nel nostro tempo. Non è in discussione la legittima autonomia delle realtà temporali – e,dunque, dello Stato, della politica, della scienza e della tecnica – ma non è neppure in discussione la valenza pubblica del fatto religioso che costituisce di per sé, come ampiamente riconosciuto, un formidabile motivo di coesione sociale nelle moderne società sempre più frantumate. L’intervento della Chiesa sul piano antropologico ed etico è sempre legittimo per quanto attiene ai profili della vita,della dignità dell’uomo e dei suoi beni fondamentali che caratterizzano questa dignità e ne garantiscano la vera promozione. L’affermazione del principio etico e l’indicazione del conseguente comportamento privato e pubblico ha certamente una valenza diversa circa la ricezione da parte dei credenti e dei non credenti. Per questi ultimi costituisce almeno un motivo di prudente riflessione nella considerazione della autorevolezza di una fonte che non si ispira ad umane culture ma ad una superiore Parola che almeno da duemila anni fermenta ed innalza tutte le espressioni della cultura occidentale e costituisce patrimonio peculiare di miliardi di persone. Tutti sono,perciò, invitati a prestare singolare attenzione all’indicazione della Chiesa e ad interrogarsi con retta coscienza. Il credente ne trarrà motivo per operare, secondo quanto sopra si è detto, una adeguata mediazione culturale. Per il cristiano impegnato politicamente a livelli istituzionali che richiedono la sua opera di legislatore o di amministratore – che dunque deve contribuire a fare leggi o deliberazioni che hanno una significativa dimensione pubblica – in casi di particolare rilevanza etica delle questioni sottoposte al suo esame e alla sua decisione ben potrà dichiarare nelle assemblee elettive la sua chiara posizione sulla base dei suoi convincimenti di fede . Egli dovrà poi per quanto possibile trasferire sul piano di ragione (natura- scienza e cultura) la discussione, sostenendo che anche sul piano razionale –ragionevole ragione- la soluzione suggerita dalla visione di fede risponde veramente alle esigenze oggettive delle persone rispettando la dignità e la responsabile libertà di tutti. Anche quando non fosse possibile conseguire sul piano normativo o amministrativo una soluzione che per il credente sia ottimale, occorrerà che egli si impegni perché si consegua il massimo bene possibile. La responsabilità di un politico cattolico è alta e il suo impegno è certamente faticoso dovendo in coscienza essere certo di aver fatto quanto gli era umanamente consentito, nel rispetto delle regole democratiche e con riguardo al bene di tutti (credenti e non credenti), per ottenere il miglior risultato nella linea della propria visione evangelica. Nell’attuale temperie di una radicata secolarizzazione ,con avanzate punte di secolarismo, non è tanto sul piano della legislazione o dell’amministrazione che i cattolici devono puntare quanto piuttosto sul versante di una significativa evangelizzazione e inculturazione della fede. Le decisioni politiche sono tali se si fondano su serie visioni culturali. E’ la cultura il terreno sul quale gettare il buon seme perché dia frutto anche nello specifico e importante campo della politica. E’ poi sempre da una rinnovata mentalità culturale circa la sobrietà della vita e la destinazione universale dei beni della terra che sarà possibile,anche in tempo di forte capitalismo, riprendere a coniugare etica ed economia. Dunque sane culture capaci di fondersi in una tavola condivisa di evidenze etiche che siano ispiratrici di buone politiche e di economie solidali. Il nostro è un traguardo ambizioso e anche difficile. Ma non dobbiamo evitare la sfida che con conoscenza e dialogo, dolcezza e rispetto, coraggio e franchezza può essere vinta nella consapevolezza che “grandi cose ha fatto il Signore “ e che “ il nostro aiuto è nel nome del Signore”.

FESTA ADESIONE: saluto del presidente diocesano

Eccellenza carissima,
l’Azione Cattolica, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della concezione Immacolata della Vergine Maria, celebra la festa dell’Adesione, la festa del “Sì” e dell’impegno di tutti coloro, ragazzi, giovani e adulti che anche quest’anno hanno scelto di essere parte di questa antica ma sempre nuova associazione ecclesiale che nei suoi 140 anni di storia è sempre stata presenza discreta ma coraggiosa al servizio della Chiesa e del Paese.
Il nostro Sì, in questo tempo di Avvento, vuole essere un’eco del Sì di Maria, madre dell’umanità, e del Sì che la Chiesa dice ogni giorno al Signore, suo Sposo, di cui ci nutriamo anche noi, come laici battezzati, desiderosi di portare al mondo la speranza, che viene da Lui e attraverso di Lui, in forza della sua incarnazione, morte e resurrezione; laici corresponsabili nella entusiasmante e faticosa avventura della nuova evangelizzazione. Uomini e donne trasformati dalla gioia di servire il Signore nella Chiesa e nei fratelli.
Sappiamo che la Chiesa ci guarda con amore e attende da noi una testimonianza quotidiana, forte e coerente. Questo sguardo benevolo e incoraggiante della Chiesa che sempre ha accompagnato la vita della nostra associazione fin dalla sua nascita, è per noi motivo di ulteriore responsabilità ma anche gioia perché è nella gioia che amiamo e serviamo il Signore e la sua Chiesa.
Paolo VI, proprio in occasione delle celebrazioni dell’8 dicembre del 1968, rivolgendosi ai laici di Azione Cattolica, così ha disegnato il profilo e la natura del nostro impegno ecclesiale: “Salute a voi, Laici cattolici, che nella Chiesa di Dio assumete un posto di particolare evidenza, e una funzione di particolare efficienza! Dotati e coscienti della personalità soprannaturale propria dei fedeli componenti il Popolo di Dio, a voi non è bastato essere insigniti dell’incomparabile e comune dignità cristiana e della inestimabile fortuna d’appartenere alla Chiesa cattolica; voi avete voluto essere membra vive ed operanti… avete cercato di rendervi conto dei bisogni interni della comunità ecclesiale e avete avvertito le condizioni della società circostante, e vi siete chiesti se spettava anche a voi fare qualche cosa per la causa di Cristo e per l’edificazione non mai terminata della Chiesa; e allora con una risposta, che nasceva dentro come un imperioso dovere, come una rivelatrice vocazione, avete detto: sì; un cattolico non può essere inerte, insensibile, passivo e codardo; e avete fatto dell’azione, dell’azione cattolica una vostra divisa. Laici eravate, e laici siete rimasti… Libertà di offerta, ma serietà d’impegno. Non è stata e non è l’Azione Cattolica un effimero entusiasmo, un’impresa di dilettanti: è stata ed è tuttora un dono vero, un sacrificio serio, un servizio permanente… L’Azione Cattolica ha fatto del rapporto di collaborazione qualificata con i Pastori della Chiesa la sua nota distintiva, la sua ragion d’essere. Non vanto, non prestigio, non vantaggio; ma servizio. Non servitù, ma corresponsabilità. Non clericalismo, ma apostolato. Non invadenza, ma obbedienza. Non burocrazia, ma carità; carità vissuta nella forma ecclesiale più alta, più autentica e più disinteressata”.
Per queste ragioni, eccellenza carissima, e per rimanere fedeli alla nostra storia e alla nostra identità, l’ultimo Sì lo diciamo a voi, nostro
vescovo e padre, e all’intera Chiesa diocesana, accogliendo, come sempre, con piena disponibilità le linee pastorali che orientano il nostro cammino incontro a Cristo e incontro all’uomo.
Questo sì assume, prima di ogni altra valenza, il tratto distintivo della Gratitudine per il servizio pastorale che svolge, ormai da 10 anni, nella nostra Chiesa particolare; l’Azione Cattolica è riconoscente per la paterna e attenta vicinanza che in questi anni, anche nei momenti più difficili, ci ha riservato. Questa certezza che è Grazia ci spinge a guardare al futuro con rinnovata speranza, alimentata e accresciuta dalla scelta di tanti ragazzi, giovani e adulti di rinnovare la loro adesione all’Azione Cattolica. Non solo. Quest’anno la famiglia dell’Azione Cattolica si è allargata: è nata una nuova associazione nella parrocchia di Luzzano, con oltre 70 soci. Condividiamo questa immensa gioia che crediamo essere di tutta la Chiesa, la condividiamo con voi che sempre ci incoraggiate e spronate perché l’esperienza formativa dell’Azione Cattolica possa raggiungere tutte le parrocchie e farlo oggi, ha sicuramente un valore particolare perché esprime pienamente il senso dell’adesione all’AC che è
scelta personale, certo, ma anche scelta comunitaria ovvero scelta di persone che decidono di vivere la loro fede non da soli, ma insieme. Siamo un’associazione. Questo essere insieme è tutt’altro che un vincolo. Anzi è ricchezza: insieme ci accompagniamo nella fede, insieme ci educhiamo alla responsabilità, insieme partecipiamo, progettiamo, decidiamo. Da soli possiamo fare splendidi sogni, ma che rischiano di diventare utopia se non proviamo a realizzarli in compagnia, come l’esperienza del Sinodo dei Giovani, ad esempio, che vede l’Azione Cattolica impegnata, insieme a tutti i soggetti pastorali coinvolti, sia a livello diocesano che parrocchiale, e che è il sogno grande che questa Chiesa diocesana ha nutrito, coltivato ed ora, sta realizzando con fiducia attraverso un continuo impegno di incontro, ascolto, dialogo con i giovani, tutti i giovani, anche e soprattutto quelli lontani dall’esperienza di fede e dalla vita ecclesiale. L’Azione Cattolica è parte di questo grande progetto che ci auguriamo possa portare alla definizione di nuove linee programmatiche per la pastorale giovanile e per i giovani della nostra diocesi perchè possano trovare in Cristo, Speranza del mondo, la risposte alla loro sete di senso, di ricerca, alla loro inquietudine interiore.
Con l’animo di sempre, l’Azione Cattolica coltiva questo grande slancio missionario attraverso la gratuità e la disponibilità al servizio, radicate nel cuore della Chiesa, la cura delle persone e delle relazioni, vissute come particolare dono della fraternità universale a cui siamo chiamati, a partire dai più piccoli e dai più poveri.
Affidiamo alle cure di Maria, Vergine del Sì, la nostra associazione, i ragazzi, i giovani e gli adulti che ne fanno parte: ci custodisca accrescendo la nostra Fede e la fedeltà alla vocazione ricevuta con il Battesimo, vissuta nella corresponsabilità ecclesiale e testimoniata con coraggio e coerenza nella città dell’Uomo.

Nisia Pacelli

Cerreto Sannita 08 dicembre 2008

giovedì 11 dicembre 2008

“Santità è…vivere secondo lo Spirito: Interiorità ”,

Cari amici,

trovate qui pubblicato, in attesa del sito diocesano di AC, il file audio del momento di spiritualità tenuto da don Franco Piazza durante il primo incontro della scuola di formazione diocesana del 23 novembre 2008.

Speriamo che possa esservi utile.

Intanto vi lasciamo una pillola di spiritualità regalataci da don Franco al termine dell'intervento:

"Non scherziamo con la nostra interiorità"
Poi, citando Giovanni Cassiano:" Il nostro spirito non può durare nella stessa identica situazione. Ecco un indizio evidente del nostro peggioramento (ndr: spirituale): se comprendiamo di non aver guadagnato nulla, stiamo peggiorando"